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L’usanza che trae origine da motivi sui quali la
scienza deve ancora pronunciarsi, secondo cui il maiale, ad evitare che la
salsiccia vada a male, deve essere ucciso — far la festa al maiale significa
uccidere e festeggiar l’avvenimento — tra il novilunio di novembre ed il
plenilunio di dicembre trova pieno consenso nel popolo di Tito.
La « festa » al maiale ha, di solito, inizio
alle primissime ore del mattino, tra i disperati e prolungati grugniti della
vittima che inutilmente si dibatte, mentre « chi Iti’ piglia p’ la coda, chi lu’
piglia p’ Iti mussu,
ma lù puorcu nu’ cammina
e s’adda spenge p’ l’recchie’ ».
I parenti tutti sono stati mobilitati per
l’occasione ed anche i ragazzi assistono alle varie operazioni che si susseguono
con ritmo veemente, in paziente e sicura attesa dei primi assaggi della gustosa
carne che dopo qualche ora allieterà il desco familiare.
Qualche costata e un pò di fegato costituiranno
« lu present’ », il dono, per le famiglie e gli amici che poi ricambieranno
l’offerta.
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