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Come quasi tutti i folletti che la tradizione
popolare di ogni tempo e di ogni paese abbondantemente ci tramanda, anche «lu
munacieddu» titese appartiene al mondo della magia e del mistero. Nume tutelare
della casa, non ama svelare la sua presenza direttamente, ma lo fa presupporre
per i suoi tiri scherzosi che tende di notte ai vari componenti della famiglia.
E’ di notte che «lu munacieddu » abbandona il suo non mai identificato rifugio
diurno e gira, favorito dall’oscurità, che per lui peraltro non costituisce
alcun ostacolo per i suoi movimenti. Alto non più di un metro ed anche meno,
avvolto in un saio di monaco — infatti il termine « munacieddu » significa «
piccolo monaco » monacello — coperto il capo da « nu’ cuppulicchiu» color rosso
fiamma dal quale non può separarsi mai, per non perdere le sue virtù magiche, si
aggira indisturbato e silenzioso, mentre tutti dormono, per la casa che conosce
in tutti i suoi particolari. Si diverte a cambiar di posto gli oggetti, a
nasconderli ed a farli ritrovare nei posti più impensati, spesso getta di
soppiatto nella pentola dei fagiuoli che bolle accanto al fuoco, pepe o sale in
quantità eccessiva, rompe finanche, anche se raramente, -bicchieri e piatti che
trae dalla credenza, impedisce la lievitazione del pane da portare al forno per
la cottura, smaglia le calze di lana che pazientemente le donne hanno lavorato,
muove gli orologi facendo loro segnare anticipi o ritardi notevoli, fa trovare
aceto il residuo vino del giorno avanti, non fa attecchire le salsicce.
Pazientemente sopportano i suoi scherzi e per
tutto quello che di strano accade, attribuiscono la colpa allo spirito folletto
« munacieddu », del quale è accertata la presenza per gli effetti che esso solo
può produrre e che non potrebbero essere in altro modo spiegati.
« Uoie aggiu truvà tutt’e doie 1’ cavezett”
sfilad ~»
« E’ stà lu rnunacieddu sicuru 8»
« Avia rimast’ sovu lu fuou li fasuli e aggiù
truvù lu pignati’ mueculadu
«E’ stà lu munacieddu sicuru ».
«Aggiu truvà lu vinnlu ‘mbrugliadu e non l’aggiu
pudù scravuglià’ ».
« E’ stà Iu munacieddu sicuru ».
Illimitata è la pazienza con cui tutta la
famiglia sopporta i tiri birboni dello scherzoso personaggio che dovrà pure, una
volta o l’altra, farsi pescare mentre compie uno dei suoi tiri. Allora sarà la
ricchezza per la fortunata famiglia.
«Uagliò — avverte il padre, rivolgendosi ai
figli — si v’avisciva arreveglà d’ notte e vedide lu munacieddu nun v’avida
mend’ paura. Queddu nun fà niend. Arrubbaden’gh lu cuppulì rossu ca tè n’testa e
quann queddu tu vole fascideve dà lu tesoru5 ».
E’ così, in attesa del tesoro che dovrà
improvvisamente rialzare le sorti della famiglia, il tempo continua a
trascorrere nel lavoro e nella speranza di giorni migliori.
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