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TITO (PZ)

   

Liriche dedicate a Tito - Pagina 2

Il proprio paese rappresenta, sempre, nella memoria e nella nostalgia, l’orizzonte inuguagliato per la rimembranza che esso suscita. Ogni ritorno è una riscoperta, non solo, ma anche una purificazione degli occhi e una messa a punto delle proprie emozioni più sottili. Tito non è, così, l’oblio, nella coscienza, è invece la possibilità di respirare e di riaccorgersi ogni anno cosa sia, ad esempio, virgilianamente, la primavera. La valle di Tito viene vista simbolicamente dal giovane scrittore di cui pubblichiamo la lirica che segue, come una madre partoriente che all’alba mette alla luce la propria creatura, Tito — visto come un uomo disteso e quasi nascente dalla terra — e che a sera lo riassorbe, sommergendolo maternamente nel suo notturno grembo: e così ogni giorno. Anche nel cuore del poeta l’alba si alterna col tramonto, la stella Lucifero con Vespero.

TITO

Tito, ancora non so perché i monti tuoi, a est, imminenti somiglino a verdi mammelle rigonfie di latte amoroso al sole munto delle profonde estati. Non so se madre o nutrice
- paese di rapido nome e di sconfinate mattine - ti dia quella semenza, quella pace.
Tu forse ascolti lungo il fiume i pioppi come immensi flauti consumare le notti d’agosto al suono struggente d’una nostalgia senza requie.
E tu, in te, non vedi?; sei un uomo ora supino ora in raccoglimento:
non vedi?, sei un uomo che nasce dalla Gorgone della terra: mio lucifero! E le tue case, come midolla, sono gli arti vigorosi dell’uomo appena scagliato alla luce dalla puerpera valle.
Tito, ti stendi per un tiro di fionda e vecchia d’anni per quante foglie sibila l’intima acacia, e incerta di futuro quanto grano ha la sacca del colono, mentre autunno — le notti sterminate — veglia su aratri di legno e vecchie macine avanti ai mulini ferite da stelle cadenti.
Tito, ancora non so e nessuno sa nè mai se ne parla all’aria limpida come agonia d’ape
Tito, ancora non so perché nei tuoi altopiani a ponente posino sommersi e dissepolti dai più remoti tramonti i piedi bianchi della vasta amante che é tua nutrice e madre.
E tu, in te, non vedi?, sei un uomo ora supino ora in raccoglimento:
non vedi?, sei un uomo che muore nella Gorgone della terra: mio vespero! E le case come frutti morti, sono gli arti perduti dell’uomo, che ormai ritorna nel ventre della terra sfinita.

Lorenzo Ostuni (1961)

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