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Il proprio paese rappresenta, sempre, nella memoria e nella nostalgia,
l’orizzonte inuguagliato per la rimembranza che esso suscita. Ogni ritorno è una
riscoperta, non solo, ma anche una purificazione degli occhi e una messa a punto
delle proprie emozioni più sottili. Tito non è, così, l’oblio, nella coscienza,
è invece la possibilità di respirare e di riaccorgersi ogni anno cosa sia, ad
esempio, virgilianamente, la primavera. La valle di Tito viene vista
simbolicamente dal giovane scrittore di cui pubblichiamo la lirica che segue,
come una madre partoriente che all’alba mette alla luce la propria creatura,
Tito — visto come un uomo disteso e quasi nascente dalla terra — e che a sera lo
riassorbe, sommergendolo maternamente nel suo notturno grembo: e così ogni
giorno. Anche nel cuore del poeta l’alba si alterna col tramonto, la stella
Lucifero con Vespero.
TITO
Tito, ancora non so perché i monti tuoi, a est,
imminenti somiglino a verdi mammelle rigonfie di latte amoroso al sole munto
delle profonde estati. Non so se madre o nutrice
- paese di rapido nome e di sconfinate mattine - ti dia quella semenza, quella pace.
Tu forse ascolti lungo il fiume i pioppi come
immensi flauti consumare le notti d’agosto al suono struggente d’una nostalgia
senza requie.
E tu, in te, non vedi?; sei un uomo ora supino
ora in raccoglimento:
non vedi?, sei un uomo che nasce dalla Gorgone
della terra: mio lucifero! E le tue case, come midolla, sono gli arti vigorosi
dell’uomo appena scagliato alla luce dalla puerpera valle.
Tito, ti stendi per un tiro di fionda e vecchia
d’anni per quante foglie sibila l’intima acacia, e incerta di futuro quanto
grano ha la sacca del colono, mentre autunno — le notti sterminate — veglia su
aratri di legno e vecchie macine avanti ai mulini ferite da stelle cadenti.
Tito, ancora non so e nessuno sa nè mai se ne
parla all’aria limpida come agonia d’ape
Tito, ancora non so perché nei tuoi altopiani a
ponente posino sommersi e dissepolti dai più remoti tramonti i piedi bianchi
della vasta amante che é tua nutrice e madre.
E tu, in te, non vedi?, sei un uomo ora supino
ora in raccoglimento:
non vedi?, sei un uomo che muore nella Gorgone
della terra: mio vespero! E le case come frutti morti, sono gli arti perduti
dell’uomo, che ormai ritorna nel ventre della terra sfinita.
Lorenzo Ostuni
(1961)

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