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E’ dunque definitivamente accertato che nel 1772 Scipione
Cafarelli non ancora aveva contratto matrimonio con Francesca De Carolis,
fulgida figura di eroina titese, che noi, non primi (1), ogliamo e dobbiamo
ricordare, della quale si può, con molta approssimazione, porre l’anno di
nascita nel 1755. Francesca sposò in giovanissima età, forse nel 1774 o 1775, il
nobiluomo Don Scipione Cafarelli, seguendolo nella nuova dimora in Tito. Non
possiamo dire, come nella favola, che gli sposi vissero felici e contenti, se
non fino al fatidico e, per essi, tragico anno 1799, nel quale l’intera famiglia
Cafarelli fu praticamente distrutta, e, mentre Francesca insieme al marito, al
primogenito Giuseppe, al cognato sacerdote Don Pasquale, pagavano con la vita,
in tempi e con modi diversi, la loro ardente fede repubblicana, i superstiti
della disgraziata famiglia colpita, o furono rinchiusi in carceri e conventi,
oppure si allontanarono definitivamente da Tito. Francesca Cafarelli, benchè
nata in S. Marco in Lamis (Foggia) deve essere considerata cittadina titese. A
Tito visse infatti la sua intera esistenza di sposa felice e di madre
sventurata, assimilando del paese di adozione il carattere fiero ed indomito
pari a quello di Pimentel Fonseca e di Luisa Sanfelice. La già nizialmente
numerosa famiglia Cafarelli, composta, come abbiamo visto, da sette membri, di
cui il solo Angelo, residente in Napoli, era abitualmente assente, si accrebbe
ben presto per i lieti eventi che si verificarono dal matrimonio: Giuseppe,
Giovanni, Benedetto, Antonio, Isabella ed Emanuela, allietavano, nel 1799, i
coniugi Scipione e Francesca. Angelo, fratello di Scipione, che viveva in
Napoli, durante le sue frequenti visite a Tito, aveva avuto modo di esporre in
appassionate conversa~ioni familiari, le nuove idee di libertà e di democrazia
rivoluzionaria che dalla Francia già si erano diffuse in Italia e che, portate
dagli eserciti napoleonici d’invasione, avevano trovato già il terreno
favorevole in molte città, anche meridionali, ove numerosi si contavano i «
patrioti repubblicani ». Così tutta la famiglia Cafarelli, e Francesca in
particolare, aveva accettato il dottrinarismo francese, mentre, in pari tempo,
ciascun componente la famiglia si mutava in apostolo delle nuove idee di
fraternità, uguaglianza e libertà, trovando numerosi proseliti in tutti gli
strati della popolazione. A Napoli il 23 gennaio del 1799 l’esercito
napoleonico, guidato dal generale Championnet, infrange la disperata resistenza
dei Lazzaroni ed occupa Napoli. Nasce la Repubblica Partenopea. Il 29 gennaio,
davanti al palazzo reale, viene innalzato l’albero della libertà con grandi
feste popolari. Nelle città e paesi di provincia, già ai primi di febbraio di
quello anno, i patriotti piantavano gli alberi di libertà e celebravano
l’avvenimento con balli e canti che coincidevano con i giorni di carnevale. Nei
primi giorni di marzo anche in numerosi paesi della Lucania si innalzarono gli
alberi di libertà: a Tito l’avvenimenw fu celebrato, con la quasi totale
partecipazione festosa della popolaziotie, il 7 marzo del 1799, così come a
Potenza, S. Fele, Avigliano, Picerno, Muro, i quali Comuni, compreso Tito,
formarono subito un patto d’intesa e di difesa reciproca.
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