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La Chiesa del Martire S. Laverio che sorgeva a Grumento fu
anche essa spogliata d’ogni cosa e poi data alle fiamme. Tutto questo accadde
sotto il pontificato di Giovanni VIII. Tutti gli abitanti della cittadina che
riuscirono a scampare si rifugiarono sui vicini monti, in caverne oscure e in
nascondigli alpestri, ove attesero che i Saraceni, compiuta la strage senza
opposizione, se ne partissero. Quando ciò avvenne il Vescovo di Acerenza si
condusse nella distrutta Grumento, sperando di trovare il corpo di S. Laverio
che era f amoso per grandi miracoli e piangendo alla vista di così grande
scempio si imbattè nel sacerdote Probo che era il custode della cappella del
Santo. Il mite sacerdote, pur nel suo duplice dolore di cittadino e di
sacerdote, aveva già provveduto al recupero della preziosa spoglia e la
custodiva gelosamente non separandosene mai. Il Vescovo chiede al sacerdote la
consegna del Corpo, ma il geloso custode si oppone e senza rispondere comincia a
gridare ed a piangere disperatamente, facendo occorrere molta gente che,
naturalmente, parteggia subito a favore di Probo. Accorre, fra gli altri, un
saggio e stimato uomo, Bruttio Oriente, che salomonicamente risolve la vertenza,
consegnando metà del Corpo al Vescovo e l’altra metà, col capo, rimase nel
medesimo luogo di Grumento. Il Vescovo Pietro, che aprì la serie dei Vescovi di
Satriano nell’883, nascose la parte del corpo a lui consegnata, in una Chiesa
fuor di Acerenza e poi dal suo successore Leone trasferita nella Chiesa di
Acerenza edificandogli un altare nella Basilica di S. Giovanni Battista.
L’altra parte che abbiamo visto rimase al sacerdote Probo nelle rovine di
Grumento, avvicinandosi di nuovo un’invasione saracena — si crede quella
dell’896 — e temendo del S. Corpo fu portata dal nobile Goffredo, Signore di
Satriano, nella sua città, consegnandola a quel Vescovo. Quando poi le
soldatesche al comando del De Riccardis e di Mela-zio Guarnerio distrussero,
incendiandola, Satriano, la reliquia del braccio del Santo fu portata a Tito
(1430). Oltre la reliquia di S. Laverio ve ne sono altre due, portate a Tito
nella stessa occasione: una Costola di S. Bartolomeo Apostolo, rinchiusa in una
Teca di metall9 di Corinto che ha un fregio intorno leggiadra-mente intagliato e
cesellato e che finisce a punte acute e taglienti, come sono quasi tutti i
mefalli dell’architettura ed arte gotica ed un braccio di S. Cono Martire con
un’iscrizione latina in caratteri che somigliano alla scrittura magno-greca.
E’ conservato in una Teca di argento lavorato con semplicità. Nella Chiesa
parrocchiale di Tito si conservavano gli interi corpi dei Tre Martiri della
Fede, Primo, Sonzio e Valentino, giovanissimi fratelli, uccisi nella località
« Merola » (attualmente nota col nome appunto di Martiri) durante le
persecuzioni decretate da Diocleziano (285-295 d.C.). Ancora oggi si ergono colà,
benchè semidiroccate, le mura dell’antica cappella che ricorda il posto del
Martirio. Per effetto del violento sisma del 1857 che distrusse quasi
interamente la Chiesa parrocchiale ove i Corpi Santi erano conservati, tali
reliquie andarono perdute con altre molte, insieme a molti documenti locali.
Nell’abitato di Tito, durante il periodo feudale, sorgeva, nel punto che ancor
oggi si noma «Castello », una fortificazione cinta di mura, ma senza torri.
Tale feudo-castello apparteneva in origine alla famiglia dei Principi Ludovisi
ed acquistato poi dai Principi di Stigliano, i quali nel 1692 lo cedettero per
vendita al Barone Laviano che era pure Marchese di Satriano. Nel 1827 detto
feudo-castello fu venduto dal Marchese Pietro Laviano ai proprietari terrieri
Luigi Spera e Francesco Laurini.
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