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La relazione di cui abbiamo reperito l’integrale testo redatto in latino, é
conservata fra i documenti storici della non lontana città di Campagna. Di una
lapide commemorativo della distruzione della città di Satriano che doveva
certamente esistere nel Chiostro della Chiesa di Tito attualmente non se ne ha
notizia, forse perchè nella triplice riedificazione della Chiesa per terremoti,
la lapide andò perduta. - Nella primavera del 1430 un drappello di soldati
mercenari al servizio della impudica regina Giovanna Il di Napoli, si era mosso
da Terlizzi in Puglia, dirigendosi lentamente ed a piccole tappe verso la città
di Aversa ove, allora, per ragioni belliche, la regina aveva trasferito la
corte. Comandava il piccolo drappello di mercenari un certo Antonio De Riccardis,
soprannominato Plancone (o Bianco o Biancone), nativo della non lontana
Campagna, al quale era stato commesso dalla regina stessa un delicato ed
inconsueto incarico: accompagnare coi dovuti riguardi e necessarie precauzioni
una damigella di corte che doveva rientrare da Terlizzi ad Aversa. La strada
scelta dal De Riccardis fu quella che da Terlizzi attraversa i monti lucani e
porta alla pianura di Eboli e quindi in Campania; strada meno agevole, ma più
sicura e non infestata da mercenari durazzeschi ed angioini che proprio in
quegli anni si guerreggiavano fieramente in Puglia e che avrebbero costituito un
grande pericolo per l’incolumità della formosa damigella. Il viaggio fu
interrotto, per una tappa di riposo, a Satriano ove il De Robertis decise
malauguratamente di sostare. La notizia dell’arrivo d’una meravigliosa damigella
si propagò subito nella città ed i giovani non poterono trattenersi dal tentare
di avvicinarla, la qual cosa dovette essere dall’interessata molto facilitata e
la sua civitteria di corte, le sue forme procaci fecero ben presto perdere, come
si suol dire, il lume della ragione ai gagliardi giovanotti, i quali rapirono e
seviziarono la bella pugliese. Il De Riccardis e i suoi scherani non riuscendo a
sottrarre alla grave onta la loro protetta, adoperarono ingegno, astuzia ed arte
per recuperarla viva, giurando nel loro intimo di vendicarsi dell’offesa mortale
recata alla regina da quei turpi ed indegni cittadini. Appena la damigella
ebbero recuperata, il viaggio fu proseguito, ma giunto nella vicina Campagna,
sua città natale, il De Riccardis affidò la pulzella a suoi fedeli, radunò
subito le due o tre coorti di soldati che ivi bivaccavano e, ponendosi al loro
comando, si diresse alla volta di Satriano con la ferma intenzione di
distruggere la città incendiandola. E così fu. Il De Riccardis col genero
Melazio Guarniero preparò il piano di attacco che fu portato improvvisamente sul
far dell’alba, valendosi di materiale resinoso e di pece con cui sparsero le
case e con lunghe torce dettero poi fuoco all’abitato. Gli inorriditi abitanti,
la maggior parte dei quali era innocente, fecero appena in tempo a porsi in
salvo e da lontano assistettero inorriditi ed impotenti, fra grida e lamenti,
alla distruzione della loro fiorente città, olocausto ad una bellezza violata.
L’incendio distrusse totalmente la città. Recatisi poi con la damigella presso
la corte di Giovanna le esposero i motivi dello sterminio alla città e
meritarono (sic et simpliciter) la reale grazia. Distrutta la loro città, gli
abitanti si divisero in due gruppi, l’uno si portò nel vicino Tito, insieme alle
reliquie di S. Laverio, aumentando notevolmente la popolazione del paese
ospitante, l’altro riparò nell’opposta direzione fondando l’attuale abitato di
Satriano.
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