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Quale antico ed importante ricordo monumentale della regione dovesse
tutelare, con i suoi Titi, il primigenio borgo del Tito, è impossibile, a
distanza di duemila anni precisare, ma si doveva trattare di un grande monumento
sepolcrale o di un tempio, unico in tutta la regione. - Verso l’anno 800 a.C.,
distrutto l’originario nucleo abitato di cui abbiamo parlato, per eventi bellici
od anche per effetto d’un violento sisma, la gente che lo abitava si divise in
due parti, l’una trasferendosi verso la zona che ora vien denominata « Piano
della Chiesa » nord-est della Torre di Satriano, l’altra invece che si fermò
sulla riva destra del fiume noce, nella località detta « In piedi alla terra »,
ove sorse un nuovo abitato che, a ricordo dell’anticp monumento ormai distrutto,
fu anche esso chiamato Tito. La certezza storica di questi avvenimenti
lontanissimi ci è data dai reperti archeologici, numerosi un tempo perché
superficiali, ma ancora oggi abbastanza frequenti, specie in determinati punti,
quelli sopra citati, ove più volte sono stati casualmente reperiti vasetti
monocolori, pàtere votive, anforette, unguentari, tutti in terracotta porosa,
punte d’armi in ferro, lucerne. La fattura semplice e quasi rozza, senza
finalità artistica, l’assenza del colore, rivelano in tali manufatti la
primitiva arte arcaica del periodo paletnologo lucano in cui essi furono
realizzati e precisamente del IX-VIII sec. a.C., epoca alla quale risale il
primo abitato del Tito per così dire nuovo. L’altra località posta in agro di
Tito, di importanza archeologica, è quella detta « Piano della Chiesa » che fu
abitata da una delle schiere dei fuggiaschi del Tito vecchio, ove i casuali
ritrovamenti, ancora oggi, sono piuttosto frequenti. Nelle immediate vicinanze
della ordierna casa cantoniera posta sulla sti-ada nazionale, era ubicata la
necropoli dell’abitato che andò estendendosi fino ad assumere, verso il 1000
d.C., la grandezza d’una cittadina, quella di Satriano’ (di Lucania) che finì
con l’estendersi intorno alla Torre dal medesimo nome e della quale si parlerà a
suo tempo. In entrambe le due zone suddette, distanti tra di loro poco più di un
chilometro in linea d’aria, sono state reperite casualmente gli stessi tipi di
tazze, unguentari, anforette, pàtere e punte d’armi che gli studiosi affermano
appartenere appunto al periodo arcaico lucano del IX - VIII - VII secolo a.C. La
maggior parte degli oggetti rinvenuti nelle due zone sopra menzionate, che hanno
valore non commerciale ma archeologico per l’importanza che essi assumono per la
storia della Lucania arcaica e per lo studio dell’influsso delle civiltà appula
e della Magna Grecia, sono andati perduti. Infatti i rinvenitori casuali, quasi
sempre agricoltori, frantumavano volontariamente gli oggetti trovati cui non
attribuivano alcuna importanza. Non di rado però, specie in questi ultimi anni,
gli oggetti rinvenuti sono stati consegnati al Museo Provinciale di Potenza.
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